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In questo scenario si innesta la tendenza globale alla “Great resignation”, il fenomeno delle dimissioni volontarie di massa da posizioni professionali anche stabili e ben remunerate in virtù dell’esigenza di cambiare lavoro, trovare nuovi stimoli, ridefinire le priorità di vita. Certo, la pandemia ci ha messo lo zampino e il desiderio di smart working ha fatto il resto, per cui pure nel primo trimestre di quest’anno oltre 300mila italiani hanno abbandonato un contratto a tempo indeterminato, mentre in Veneto, per fare un esempio, addirittura un dirigente su tre è disposto a scendere di livello pur di cambiare lavoro e ménage.
Autonomia e flessibilità organizzativa, possibilità di crescita formativa anche al di là della carriera, soddisfazione personale: sembrano essere queste le coordinate che sempre più italiani, a partire dai giovani, cercano nel lavoro.

Si spiega forse pure così la resilienza di un mestiere che spesso è fuori dai radar del dibattito pubblico e che pure fa numeri ragguardevoli: un’occupazione dal sapore antico che il Covid e il digitale potevano condannare alla scomparsa e che, invece, proprio da questi sconvolgimenti epocali di paradigma ha tratto linfa vitale per rinnovarsi. Si tratta della vendita diretta a domicilio, quello che qualcuno definisce in maniera riduttiva il commercio porta a porta. Il settore fattura 3,6 miliardi, con quasi 300 imprese attive sul territorio e oltre 500mila addetti. Univendita, la più importante delle associazioni di settore, rappresenta marchi come Avon, BoFrost, Folletto, Bimby, Just o Dalmesse, con ricavi complessivi per 1,4 miliardi e un +7% nel 2021 sul 2020.

Dentro la platea globale dei lavoratori, circa 7mila sono gli incaricati alla vendita abituali e oltre 2.700 gli agenti di commercio professionisti, il resto sono incaricati occasionali che hanno un limite annuo di fatturato pari a 5mila euro, al netto della deduzione forfettaria. Mentre i lavoratori dipendenti sono poco più di 1.800…CONTINUA SU TPI.IT